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Comodità e relax in ufficio come a casa
L’ufficio come spazio da abitare
A taluni lettori potrà apparire inconsueto ritenere “il territorio Ufficio” luogo diverso “dall’abitare”, tuttavia, anche ad una superficiale considerazione, il tempo impegnato quotidianamente al lavoro è pari (mediamente) al triplo rispetto quello destinato alla propria casa.
Lo studio, la progettazione, la distribuzione planimetrica di un ufficio non è, allo stato attuale, assolutamente riconducibile all’esclusiva divisione delle superfici come può esserlo in una casa, poiché, luogo di estrema densità di presenze e di vita in comune tra individui diversi e con caratteristiche spesso opposte, oltre che divise da percezioni di spazio e tempo, secondo funzioni e compiti distinti, che devono in ogni modo essere integrati e rendersi compatibili tra loro.
L’ufficio è sempre stato una presenza costante per esercizio di qualsiasi attività produttiva e di potere nel corso dei tempi. Dal punto di vista dell’essenza, la funzione dell’ufficio è stata sempre quella di esser luogo per “ordinare, conservare e coordinare”.
La struttura sociale dell’uomo e molto conservativa in quasi tutte le manifestazioni basta osservare attentamente iI suo comportamento. Un esempio tipico è l’uso che l’uomo fa dello spazio-tempo, che, oggi come nel passato, non è inteso solo come singola dimensione, ma come “territorio di pertinenza”. Può essere ottimizzato, ma deve rimanere un territorio spontaneo per l’utilizzo personale. Lo studio degli ambienti di lavoro ha praticato varie teorie ed innovazioni nel tempo, ma sempre affini al principio che l’individuo percepisse il luogo come proprio.
Dagli open space all’ergonomia
Gli anni ’60 furono i tempi dei grandi colossi industriali, che già negli anni ’50 avevano messo a punto sistemi avanzati per la produzione del lavoro, materializzati negli open space, in altre parole, luoghi nei quali lo spazio trovava una sua partitura attraverso una divisione effimera ed ideale dello spazio, costituita da elementi puntuali provvisori. Mega-prospettive nelle quali cento e più addetti dividevano non solo il tempo ma anche il loro spazio, come in un grande Familisterio (Fourier, Gabet, gli ultimi utopisti). Erano i luoghi dell’indifferenziazione delle competenze, proprio per la volontà di oggettivare la realtà di un grande sistema di produzione, inteso come una grande macchina del lavoro.
A meno dello sfruttamento massimo delle superfici disponibili per la produzione del lavoro quale accezione positiva, l’open space per il resto, come è facile capire, si ritorse contro se stesso (fine degli anni ’70) in quelli che erano i propri stessi principi; la “socializzazione”, il “lavoro di équipe“, i “rapporti di pausa”, in altre parole tutti quei fattori che si pensava essere innovativi rispetto alla concezione tradizionale del lavoro e miglioramento della produzione e gratificazione lavorativa.
Cessato l’apporto iniziale dovuto all’innovazione, si generò quella che molti sociologi definirono “fogna comportamentale” (vedi E. T. Hall La dimensione nascosta), ovvero un comportamento tipico che insorge negli esseri umani privati della loro individualità e del loro ambito personale; le distanze prossemiche inesistenti o drasticamente ridotte finirono con il produrre un malessere generale nel comportamento, manifestato attraverso la competizione e peggio la sopportazione fra gli individui.
L’esperienza si tradusse nella necessità di condurre degli attenti studi sul comportamento di chi lavora, sul come, sul perché e per cosa lavora.
Sono le prime ricerche della scienza ergonomica che, analizzando i rapporti tra la dimensione fisica e psicologica della attività, ha evidenziato la necessità di diversificare lo spazio, non inserendo in esso l’operatore ma costruendoglielo intorno.
L’ufficio degli anni ’80 comincia così a perdere l’aspetto della macchina da lavoro e ad assumere quello della dimensione domestica, intendendolo quale luogo da vivere e, solo in seconda istanza, come luogo del lavoro, dove gli oggetti, l’arredo, la luce, i colori, potessero essere caratterizzati da valori personali, un processo di “nidificazione” dello spazio, di appropriazione, cioè di un territorio del tutto individuale.
L’ufficio contemporaneo: personalizzazione e design
Si giunge così ai nostri anni, dove tutte le analisi condotte sullo studio e sulla ottimizzazione dei luoghi del lavoro conducono ad un unico risultato: l’identificazione dell’ufficio come immagine di se stessi, come simbolo della propria personalità, quindi, della propria qualifica e funzione nell’ambito della struttura del lavoro e sistema. Gli studi sull’organizzazione degli ambienti di lavoro hanno sempre dimostrato come l’individuo abbia bisogno di percepire lo spazio come proprio. Elementi di arredo, luce, colori e dettagli decorativi – come i quadri per studio – contribuiscono a rafforzare questo senso di appartenenza, trasformando l’ufficio in un luogo più accogliente e vissuto.
Il target di riferimento aziendale, determina oggi la scelta obbligata delle particolari caratteristiche dei luoghi della produzione del lavoro, affinché ogni spazio ed ogni oggetto contenuto al suo interno possano essere sia funzionale ed ergonomicamente valido, sia preposto a garantire una condizione di benessere che agevoli la produzione del lavoro stesso, ma con una variabile aggiunta derivante dalla scelta individuale praticata da chi lavora direttamente.
Da referenze emerse dall’EIMU (esposizione internazionale mobili per ufficio) la qualità complessiva della produzione odierna è ormai molto alta e, pur tenendo conto delle notevoli diversità da prodotto a prodotto e da azienda ad azienda, è notevolmente livellata. Pochi sono i prodotti di “concezione” del tutto nuova e di questi la maggioranza è collocata in un unico settore, quello delle “sedute”.
Quanto alle “tendenze”, forse la più significativa è quella emersa, in maniera indipendente ma convergente nei prodotti di diverse aziende, in ufficio con “nostalgia di casa”, di un ambiente lavoro meno tecnico e futuristico, ma forse per questo più funzionale e certamente più “umano”. Inoltre ci si allontana da un possibile isolamento e ghettizzazione del luogo di lavoro, cercando di ricreare in qualche modo una sorta di open space di nuova concezione all’interno de quale uomo può vivere sia Il
momento di privacy che collettivo.
L’uomo. intatti, ha sempre bisogno di confrontarsi con i suol simili per affrontare qualsiasi situazione gli si presenti, ma al contempo deve avere la possibilità al isolarsi in uno spazio che ritiene suo, dovendo, questi potersi liberamente atteggiarsi.
Deve ritenersi, quindi, corretto il principio da cui siamo partiti: “abitare l’ufficio”, riconoscendo la assoluta necessità di intervenire attivamente e propositivamente in quei luoghi in cui (nel bene e nel male) siamo costretti a vivere lavorando. Vestirsi d’ufficio, perché l’ufficio ti calzi a pennello.
Insomma. un pò come sentirsi sarto di se stesso.
Written by Walter Angelico
Emanuele Walter Angelico, architetto PhD, si laurea a Palermo dove vive e lavora – è docente in Architettura e si occupa di tecnologie e di design, completano la formazione e figura di Ricercatore/Progettista una intensa attività di partecipazione a Convegni Nazionali e Internazionali, unitamente alla pubblicazione di articoli e saggi su volumi e riviste di settore.