Blog
Intervista all’artista Tano Angiletti

1. Da dove nasce oggi la tua ispirazione?
L’origine delle immagini, delle emozioni e dei pensieri che guidano il tuo gesto artistico.
L’ispirazione non è un fulmine, ma un processo di accumulo. Nasce dall’osservazione quotidiana: un dettaglio architettonico, l’incidenza della luce su un campanile. Deriva dalla disciplina stessa, l’ispirazione arriva lavorando! Oggi è per me fondamentale osservare il nostro territorio che vanta infiniti aspetti di eccellenza.
2. Quanto ha contato la tua formazione nel definire il tuo linguaggio artistico?
Gli studi, gli incontri e i maestri che hanno lasciato segni nella tua poetica.
La mia formazione ha radici profonde nell’ambiente familiare, in un’atmosfera intrisa di profumi, essenze e tele. Quel primo contatto sensoriale è stato la base su cui si sono innestati gli anni di studio nelle accademie, trascorsi in città diverse e segnati da una costante ricerca di nuovi stimoli stilistici e contenutistici. Questo percorso non si è mai interrotto: continua ancora oggi nel dialogo quotidiano con i maestri del passato. Da loro imparo che l’arte non è mai isolata, ma è un confronto incessante tra la storia e il presente, un linguaggio vivo che si nutre dell’incontro tra ciò che è stato e ciò che stiamo vivendo.
3. Come vivi il tuo ruolo di insegnante?
Il rapporto con i giovani e ciò che desideri trasmettere loro attraverso l’arte.
Mi considero un facilitatore. Mi piace pensare di offrire ai ragazzi una sorta di ‘cassetta degli attrezzi’: strumenti che permettano loro di decodificare il linguaggio delle opere, andando oltre l’estetica per arrivare al cuore del messaggio e del significato. Rapportare l’arte del passato alla contemporaneità permette di scoprire attinenze con la storia odierna, esistono profonde analogie e continuità storiche tra la storia dell’arte e le vicende che stiamo vivendo. Credo che questo legame sia una risorsa educativa fondamentale per la crescita dell’individuo, l’arte diventa una guida per interpretare la nostra epoca, maturare una coscienza critica e formare i cittadini di domani. Il patrimonio italiano, proprio come la nostra cultura, è un insieme stratificato: studiarlo permette ai ragazzi di comprendere come il passato dialoghi costantemente con il presente. Questo esercizio mentale insegna a decodificare la complessità della realtà in cui viviamo, andando oltre l’apparenza superficiale e riconoscendo nell’arte un vero ‘ponte’ tra generazioni e società. Il territorio e l’arte non sono semplici capitoli di un libro, ma i pilastri su cui poggia la cittadinanza attiva. È dunque fondamentale che i giovani comprendano come il territorio sia la nostra risorsa principale, anche economica: proteggere il patrimonio significa preservare il futuro lavorativo e lo sviluppo sostenibile del Paese. In questa prospettiva, l’arte si fa ponte tra l’esperienza scolastica e l’impegno civile.
4. Essere figlio d’arte cosa ha significato per te?
Un’eredità che ispira, sostiene o sfida: il peso e il valore nel tuo percorso creativo.
Aver respirato l’arte in casa significa possedere un alfabeto naturale, un’arte non insegnata ma contagiata. Non penso alla relazione con mio padre come ad una sfida ma piuttosto a un luogo comune d’incontro.
5. Come immagini il tuo futuro come artista e come figlio d’arte?
La direzione che sogni di intraprendere e le nuove strade che vorresti esplorare.
In questo momento mi sento un ponte ideale tra generazioni: una pittura familiare che unisce l’eredità di mio padre e il futuro che vedo in mia figlia Beatrice, che ha appena iniziato il liceo artistico. Sono entusiasta della ricerca sul territorio che sto portando avanti, esplorando il confine tra figurazione e astrazione, con l’obiettivo futuro di aprirmi maggiormente al mondo dei media, dai social alla televisione.
6. Quale tecnica utilizzi per raccontare la tua visione?
Processo creativo, materiali, oli su tela, ricerca personale.
Prediligo l’olio su tela per la sua capacità di mantenere una ricerca materica. Uso velature ma anche pittura a corpo, graffi e sovrapposizioni, spatole e pennelli, sfumo con le dita ma anche schizzo colore sulla tela. La tecnica non è mai fine a se stessa, ma è il corpo fisico dell’idea: il materiale deve assecondare il gesto, creando una tensione vitalistica che lo spettatore deve percepire.
7. Che rapporto hai con il tuo territorio?
Come lo osservi, come lo interiorizzi e come lo trasformi nella tua astrazione pittorica.
Non lo dipingo in modo didascalico, ma lo interiorizzo filtrandolo con la mia ricerca che tende all’astrazione.
I miei quadri sono viaggi mentali che filtrano la realtà, trattenendone solo la bellezza. Un modo per restare nel proprio mondo allontanando il degrado circostante, osservando il contesto senza lasciarsi sopraffare dalle sue brutture. Vivere nello stesso paese di sempre, ma rivelandone solo il bello. È un invito a distaccarsi dalle miserie quotidiane, come il degrado urbano della spazzatura per strada, per abitare il presente senza subirne il peso, in questo modo il paesaggio torna a far vibrare le corde dell’anima, offrendoci una nuova spinta per guardare avanti.
8. Come vedi oggi il rapporto dei giovani con l’arte?
Riflessioni sul loro sguardo, sulle difficoltà e sulle possibilità di crescita attraverso l’arte.
Vedo una grande fame di sensatezza, ma anche il rischio della superficialità digitale. I giovani hanno una velocità di sguardo incredibile, ma spesso sono distratti, tuttavia, la loro capacità di ibridare i linguaggi è una risorsa enorme. Oggi viviamo immersi in un flusso costante di immagini rapide e frammentate. Il rapporto dei giovani con l’arte è spesso mediato dai nuovi media, che se da un lato offrono accessibilità, dall’altro rischiano di abituarli a una fruizione distratta, fatta di “mi piace” veloci e sguardi fugaci. Tuttavia, questa tendenza alla superficialità non riguarda solo i ragazzi: anche noi adulti siamo spesso vittime della stessa fretta, perdendo la capacità di fermarci a osservare davvero. Davanti a questo scenario, l’arte può Insegnare ai giovani il valore del nostro patrimonio e offrire una “cassetta degli attrezzi” per scardinare questa visione superficiale. Solo andando oltre l’apparenza estetica e scavando nei significati, l’opera può trasformarsi da immagine digitale in un’esperienza viva.
Recuperare un rapporto profondo con l’arte significa, in ultima analisi, riappropriarsi del proprio tempo e del proprio territorio, trasformando una distrazione tecnologica in una consapevolezza civile e spirituale.
9. Cosa significa per te essere rappresentato dalla Galleria Raffaello?
Il valore umano, professionale ed emotivo di questo legame.
Rappresenta un porto sicuro e, insieme, uno stimolo. C’è un valore umano che va oltre il contratto professionale: è la condivisione di un progetto culturale. Essere parte della Galleria Raffaello significa sapere che il proprio lavoro è custodito e valorizzato da chi ama l’arte quanto l’artista stesso. È un legame di fiducia che permette di concentrarsi sulla creazione, sapendo che la “voce” dell’opera verrà portata al pubblico con la giusta eleganza. Apprezzo molto la positività, la dinamicità e l’interattività che caratterizzano il modus operandi della galleria. Si percepisce uno scambio stimolante e rispettoso, capace di gettare un ponte tra l’opera e la collettività, ascoltando con attenzione le esigenze del pubblico, del territorio e degli artisti stessi.